SUL FILM::ABOUT THE MOVIE

Il film
Questo film è frutto di 4 anni di lavoro attorno al tema della migrazione nel Mediterraneo e all’isola di Lampedusa come luogo simbolico (punto di ingresso nella Fortezza Europa e materializzazione del proprio sogno da un lato, luogo della retorica dell’invasione dall’altro)
Nel corso di questi anni ho raccolto molto materiale (immagini, disegni, testi, appunti video) e ho discusso di questo progetto e di queste tematiche con moltissime persone, che mi hanno aiutata ad uscire da immagini stereotipate e da facili riduzioni, raccontandomi la loro esperienza personale o condividendo le loro riflessioni.
Per il film ho proceduto per accumulo, senza un progetto narrativo preciso. C’è una frase di Michel Foucault che può essere forse presa in prestito per raccontare il procedimento di questo film, in cui dice di “scrivere per pensare”*. L’accumulo di appunti visivi e di frammenti di intenzione filmica ha rappresentato per me un modo di “filmare” per pensare, per affondare lentamente dentro questo argomento.
Ci sono stati due lunghi momenti di lavoro a Marsiglia a Film Flamme (uno iniziale di “scrittura” e uno successivo di animazione e pre-montaggio) e un’auto-residenza a Monopoli (animazione).
Il momento centrale di tutta la ricerca è stato ovviamente il viaggio a Lampedusa, l’incontro con l’associazione Askavusa che da anni lavora come un presidio permanente di resistenza/residenza a Lampedusa, visitare il loro Museo della Migrazione, vedere i luoghi che pensavo di voler filmare e trovare altro intorno. Capire finalmente, vivendole, le dinamiche reali, le implicazioni emotive, politiche ed economiche.

Questo film è mosso da una forte intenzione politica, che prova a ricercare una traduzione visiva che ponga delle domande, e chieda allo spettatore di trovare una sua strada tra le immagini, di trovare una posizione.
Non è stato facile trovare una forma: l’urgenza del discorso si scontrava con la volontà di non prendere la parola al posto degli altri, di trovare un modo di raccontare che fosse esplicitamente personale, una riflessione su di un tema che provasse a non imporre, sottrarre, utilizzare le storie di altri perpetrando una visione (mediaticamente) subalterna dell’alterità.
Restituire dignità con un tentativo di linguaggio politico-poetico.
Si trattava di capire prima di tutto dove mi collocassi io, all’interno di questa urgenza**.

Il montaggio è una struttura aperta, in cui animazioni e riprese in super8 si susseguono e si intrecciano, per provare a restituire al viaggio una sensazione e un corpo fisico (cercando l’uomo e non la categoria – vittima, clandestino, invasore), per raccontare la violenza istituzionale, l’impotenza, l’autolesionismo, la gioia, l’autodeterminazione, per vedere davvero ciò che leggiamo ormai sui giornali in una cronaca distratta e senza volto. Provare a cambiare la forma e il tempo della narrazione per rinnovare lo sguardo, e restituire delle immagini a storie grandi e piccole che, non avendo avuto testimonianza visiva, sembrano non esistere.

Le scelte tecniche sono molto precise.
L’animazione è realizzata con pittura ad olio su vetro, dove il disegno si crea in negativo, togliendo e grattando la superficie del colore.
Graffito sulle pareti dei cie, ricordo che riaffiora sotto lo strato spesso della memoria di un’esperienza forte, presenza onirica: l’animazione traduce in immagini delle notizie di cronaca, racconta l’indicibile, il non detto, il non visto, con una ricostruzione esplicita ispirata alla tecnica dei disegni graffiati usati dalla scuola di italiano per stranieri Asinitas/Asnada.
Il super8 racconta l’approdo, la terra, il cimitero, Lampedusa come (suo malgrado) Fortezza. L’impasto della pellicola restituisce un luogo senza tempo, fuori dalla cronaca e dall’emergenza, creando un cortocircuito tra l’attualità e l’universalità.
Le immagini e le voci da youtube sono l’unica soggettiva possibile.

Lampedusa è il pretesto per raccontare lo scontro con tutte le frontiere che bloccano la libera circolazione delle persone.
Rappresenta la Terra per antonomasia. E in questo caso, qui, oggi, rappresenta l’Europa.
E’ lo “stato di eccezione permanente”, involontaria protagonista dell’immaginario dell’invasione, luogo di costruzione sistematica dell’emergenza. Un’isola (con i suoi abitanti) strumentalizzata, utile a fini politici e, grazie alle leggi sull’immigrazione, anche e soprattutto utile per i suoi ampi risvolti economici.
Il film parla di Lampedusa come luogo simbolico della contemporaneità, condensatore di immaginario sia per i migranti – per cui il nome di questa piccolissima isola è una parola quasi astratta che corre di bocca in bocca in tutto il continente africano – sia per gli italiani, che in Lampedusa vedono lo strappo nella maglia di sicurezza del sud Europa, attraverso cui si riversano incontrollati i “clandestini”.
Lampedusa è quindi un luogo denso, che ha a che fare con la proiezione delle proprie paure e dei propri desideri.

Il film rientra nel più ampio progetto di TooA 12 Nautical Miles Isolario.
E’ prodotto da TooA, Shurùq Film, Home Movies – Archivio Nazionale del Film di Famiglia (Italia), Film Flamme S.A.C.R.E. (Francia) e da tutte le persone che hanno partecipato alla raccolta fondi su produzionidalbasso.it

*”Se dovessi scrivere un libro per comunicare ciò che ho già pensato, non avrei mai il coraggio di cominciarlo. io scrivo proprio perchè non so ancora cosa pensare di un argomento che attira il mio interesse. (…) in questo senso io mi considero più uno sperimentatore che un teorico, non sviluppo sistemi deduttivi da applicare uniformemente a campi diversi di ricerca. quando scrivo, lo faccio soprattutto per cambiare me stesso e non pensare più la stessa cosa di prima.” M. Foucault, 1978
**Nel 2010, Federico Rossin ha citato Perec discutendo di “42 – storie da un edificio mondo” un film di Donatello De Mattia e mio presentato a NodoDoc a Trieste, a proposito della nostra relazione con il soggetto che trattavamo. La lettura di Ellis Island di Perec ha credo definito una chiave di lettura di un’urgenza di cui non riuscivo a capire l’origine.
“Solamente cercare di comprendere il mio legame con questo luogo: per me rappresenta il luogo stesso dell’esilio, ovvero il luogo dell’assenza di luogo, il luogo della dispersione. E in quanto tale mi interessa, mi affascina, mi coinvolge, mi pone delle domande, come se la ricerca della mia identità richiedesse l’appropriazione di questo luogo immondezzaio dove funzionari sfiniti battezzavano americani a palate; come se questo luogo fosse iscritto da qualche parte, in una storia che avrebbe potuto essere la mia, come se facesse parte di un’autobiografia probabile, di una memoria potenziale: Ciò che vi si trova non sono per nulla radici o tracce, ma il contrario: qualcosa d’informe, al limite del dicibile, che posso chiamare chiusura, o scissione, o rottura, e che è per me molto intimamente e molto confusamente legato al fatto di essere ebreo. […] Quello che sono andato a cercare a Ellis Island, è l’immagine di questo punto di non-ritorno, la consapevolezza di questa rottura radicale. Quello che ho voluto interrogare, mettere in dubbio, mettere alla prova, è il mio personale radicamento in questo non luogo, questa assenza, questa frattura sulla quale si fonda ogni ricerca della traccia, della parola, dell’Altro.”
Georges Perec, Ellis Island. Descrizione di un progetto, in Sono nato, Bollati Boringhieri 1992

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